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Orto antico e orto nuovo

viaggio dal Rinascimento al Futuro


Scritto in data 27 maggio 2015 | Autore: | Categoria: Territorio

Il più antico orto universitario al mondo

Quasi 500 anni fa proprio a Padova Francesco Bonafede, docente della cattedra di “lettura dei semplici” all’università, con grande sollecitudine richiese la nascita di un giardino botanico dove gli studenti come in un grande laboratorio a cielo aperto potessero imparare ad analizzare le piante medicinali.

 

All’epoca infatti poteva diventare assai pericoloso utilizzare i semplici, le piante medicinali, perché gli studenti si basavano su vecchi testi dell’Antica Grecia dove le trascrizioni erano soggette a molti errori.

 

Così nel 1545 sui terreni del monastero benedettino di Santa Giustina sorse un piccolo orto,  un gioiello dell’architettura rinascimentale, un quadrato inscritto all’interno di un cerchio, suddiviso in spalti, quarti, ognuno con aiuole dai disegni geometrici sempre diversi, con probabili oscuri significati astrologici e esoterici.

I grandi “Vecchi” dell’orto

Imponenti e vetusti: l’orto botanico di Padova conserva al suo interno piante e alberi storici, alcuni di essi hanno fatto la loro prima apparizione in Europa o in Italia proprio in questo orto botanico.

 

Come la grande Magnolia Grandiflora del 1786, il Cedro dell’Himalaya del 1828 o il gigantesco Platano orientale del 1680, dal tronco cavo. Di fronte alle serre ottocentesche vi è una vera e propria linea del tempo, le piante introdotte per la prima volta nell’orto, come la patata, il gelsomino, il lillà, si susseguono infatti cronologicamente, dalle prime alle ultime “arrivate.”

 

E il grande vecchio dell’orto è la Palma di Goethe: è una palma nana del 1585, l’unica attualmente spontanea in Europa. La forma particolare delle sue foglie colpì il grande poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe durante il suo Viaggio in Italia del 1786, tanto da decantarla in un Saggio sulla Metamorfosi.

Il nuovo Giardino delle biodiversità: dall’Equatore ai Poli in un unico scrigno di vetro

Dall’antico Hortus Cinctus si attraversa una lunga siepe e si apre inaspettato come in un grande anfiteatro il nuovo Giardino delle Biodiversità: sullo sfondo le cupole dell’abbazia benedettina di Santa Giustina, nel centro la vasta distesa d’erba verdissima, inframezzata dalle vasche del “nuovo orto”, uno scrigno di vetro lungo 100 metri che racchiude le piante dei 5 continenti.

 

Una grande “foglia che purifica l’aria… si apre e si chiude” da sola adattandosi al clima esterno. Così racconta l’artefice di questo progetto avveniristico, Giorgio Strapazzon, che ha concepito queste serre dove sono le stesse piante, reagendo alle condizioni ambientali e rilasciando anidride carbonica e ossigeno in modo differente, a regolare l’apertura delle vetrate.

 

Nel Giardino delle Biodiversità i diversi continenti del pianeta si trovano per la prima volta a convivere tra di loro, secondo il concetto dei biomi: ecosistemi con le medesime condizioni ambientali, anche se situati magari in luoghi lontani e distanti tra loro, come il deserto dei Gobi o le savane dell’Africa.

 

Un viaggio che racconta anche il complesso rapporto quotidiano tra le piante e l’uomo fino a proiettarsi verso i grandi ignoti: lo “Spazio” e il “Futuro”.

Cristina Pistorello

Guida Turistica, Web Content Editor

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